L'emozione della NYCmarathon nelle parole di Bruno Nicolussi Mozze

Lunedì, 05 Gennaio 2009

L'emozione della NYCmarathon nelle parole di Bruno Nicolussi Mozze


MARATONA DI NEW YORK 2008

Pensavo che l’attesa di un evento, sentito da lungo tempo e raccontato da altri come unico del suo genere, non deve essere vissuta come lunga ed interminabile seppure l’intertempo fra decisione di parteciparvi e lo svolgimento dello stesso è molto lungo. Quest’attesa deve invece essere assaporata al massimo per gustare l’atto finale come un compimento di soddisfazione conclusiva che chiude un periodo preparatorio impegnativo e finalizzato alla massima soddisfazione possibile qualunque sia il risultato conseguito.
Sto parlando, naturalmente, della Maratona di New York.
Beh, devo dire che l’evento ha confermato di meritare tutto ciò, ma non solo, sarebbe davvero riduttivo confinarlo all’interno di un inizio ed una fine; anche ora, a più di un mese di distanza, sto ancora gustandomelo, lo racconto ad ogni occasione, mi trovo a commentarlo con gli amici che lo hanno vissuto con me e che alla pari ci ha divertito ed appassionato.
Sembra che l’idea della trasferta a New York sia nata per caso, durante una cena fra colleghi “atleti” del GS Valsugana all’Happy Days, in realtà chissà da quanto tempo ci pensavamo in cuor nostro. La proposta buttata lì, quasi con timidezza, non ha trovato nessuno impreparato, il gruppetto che poi si è confermato si era già concretizzato: io, Roberto, Maria Pia, Enrica, Paolo e Milena, in un secondo tempo si è aggregata Alda. Era un anno fa.
Subito al lavoro per assumere informazioni e preventivi, insomma, ora che abbiamo deciso bisognava finalizzare, e anche abbastanza in fretta perché i pettorali disponibili andavano a ruba, per la trasferta nella Grande Mela non c’era mica tanto tempo da perdere. Abbiamo definito con l’Agenzia Pichler di Bolzano, una scelta più che soddisfacente.
Dicevo dell’attesa, non è trascorsa senza notizie, giri di e-mail e incontri preparatori che si sono susseguiti fra Agenzia Pichler e noi podisti e che hanno trasformato l’attesa da un semplice lasso di tempo in una porzione fattiva della manifestazione.
Ed è arrivato il giorno di partenza per gli USA; già in pullman e poi in aereo avviene la fraternizzazione con i colleghi altoatesini, più che singoli o squadre di più società sportive, ci siamo trovati come unico gruppo compatto, noi rappresentanti del GS Valsugana Trentino e loro del SudTirol Team ci siamo fusi in un’unica compagine sportiva che poi avrebbe condiviso in tutto e per tutto le emozioni della trasferta.
Complice anche il fuso orario, l’ambientazione è stata subito attiva e, naturalmente, positiva, cioè poco sonno e tanto assaporamento del clima Newyorkese, è vero, una città che non dorme mai, e noi volevamo attingerne subito appieno l’immensa vitalità, non era difficile.
Venerdì il rito del ritiro dei pettorali e del sacco gara, la gara non è ancora iniziata ed è già tutto molto bello, le foto con il numero di partecipazione bene in vista, la prova della maglietta ufficiale (perché si poteva cambiare se la taglia proposta non andava bene), la visita agli stand e l’immancabile acquisto di materiale tecnico (eh si, comperato a New York).
Sabato mattina partecipiamo al Friendschip Run con arrivo al Central Park così l’ingresso alla manifestazione è sportivamente ufficializzato, migliaia di concorrenti per una non competitiva di qualche chilometro (circa 15.000 atleti, tanto per fare raffronto, tanti come alla maratona di Roma 2008) degno preliminare alla gara del giorno dopo. E poi qualche foto sugli spalti predisposti ad accogliere il pubblico d’elite che saluterà i maratoneti al loro arrivo al Central Park.
Già, il Central Park, un gran tappeto verde fra la 5^ e l’8^ Avenue e fra la 59^ e la 110^ Streets, una manna per uno che è anche appassionato foto naturalista, i procioni che si avvicinano quasi a voler salutare questi nuovi momentanei coinquilini, gli scoiattoli che si aggirano fra gli alberi sui prati ammiccando vicinissimi ed accettando qualche briciola di pane; poco lontano le torri scintillanti si rispecchiano con le loro snelle pareti vetrate nei cristallini laghetti del parco; tutto reale, tutto vero.
Arriva domenica, il fatidico giorno della gara: appuntamento alle 6 dagli alberghi per la zona della partenza alla base del mitico ponte di Verrazzano, il freddo è intenso, l’aria pungente, ma eravamo preparati. La perfetta organizzazione ci aveva fatto procurare gli indispensabili cartoni sui quali sedersi durante l’attesa della partenza, gli stessi cartoni che poi son serviti anche per riparaci dal vento. Alcuni di noi son partiti alle 9,40 io e altri alle 10,00, bisognava aspettare ma non ci siamo stufati; battute, barzellette, fotografie, commenti e previsioni sportive, ci hanno fatto trascorrere altri momenti coinvolgenti. Poi ci siamo persi di vista, ognuno col suo pettorale nel proprio settore di appartenenza. Prima della partenza ci eravamo detti che il tempo di gara non è importante, a New York basta la partecipazione … ma, gara è gara, sempre e dovunque. Il tempo lo commenteremo poi, ora pensiamo a correre.
Però qua il correre non è un semplice muover di gambe, un respirare a volte affannoso, un semplice soffrire, un comune andare in crisi, un gioire che è pure normale; è soprattutto un vivere un’emozione unica indescrivibile, è partecipare ad una corsa inscindibile da tutto quanto si trova attorno. La Città, nei giorni precedenti caotica, frenetica, impegnata, dispersiva; quella stessa Città è ora tutta tua, nostra, siamo noi la Città. La gente, anzi no, le Genti di molteplici nazionalità e razze ti stanno attorno, in doppia fila o più, ordinati ai bordi delle larghe strade da noi affollate non smettono mai di incitarti, le bandiere sventolano, i cartelli di richiamo troneggiano sopra le teste, gli incitamenti ti arrivano alle orecchie e ti entrano in corpo.
Io soffro il freddo, mi fanno male i polpastrelli delle dita, l’aria fredda mi graffia le braccia (meno male che ho messo i pantaloni lunghi), ma i brividi che mi trasmette la folla inneggiante hanno la meglio, mi sfiorano la schiena e mi entrano nel cervello … che bello.
Mi tengo sulla destra per battere il cinque ad una miriade di bambini di tutti i colori che preparano le mani in attesa della pacca, quasi fosse il tocco di chissà quale campione o personaggio famoso, invece sono solo uno fra i tanti quarantamila, ma il bello è proprio questo, proprio perché sono lì a fare parte integrante di quei quarantamila. Stupendo.
I concertini colorati e multietnici posti sui marciapiedi erompono le loro musiche, tutte diverse fra loro: rock, pop, blues, jazz, e chissà quante altre ancora, tutte per noi. Coinvolgente.
La scritta ITALIA sulla canottiera attira gli incitamenti personalizzati: “forza Italia”, “mangia mangia”, “dai spaghetti” ecc. Lo stesso fanno gli altri con le altrui nazionalità. E tutto ti gira attorno e tutto ti si convoglia addosso. Sensazionale.
Non mi fermo mai, ma il freddo mi limita la velocità e poi, se non voglio rischiare di slogarmi una spalla, devo anche smettere di scambiare le battute del “cinque” perché è vero che mi scaldano la mano (sempre la stessa) ma ci sono dei ragazzoni che esagerando nella foga ti appioppano delle belle botte; così mi sposto al centro della corrente umana, in quel flusso continuo e compatto ove mi riesce difficile cambiare ritmo. Non si tratta di una semplice marea umana, siamo tanti singoli accumunati in questa mitica importante avventura, siamo il popolo della New York Marathon.
Passiamo per tutti i cinque distretti di New York: Staten Island, Brooklyn, Queens, Bronx, e Manhattan, l’avevamo studiato bene il percorso prima, ora, almeno per me, non c’è più tracciato che tenga, mi guardo attorno e avverto le contraddizioni tipiche della città e dei suoi abitanti, tutte rivolte a noi; e mi accorgo quanto mi mancano (le Genti) quando percorro la salita di quel lungo ponte di ferro, il Queensboro Bridge, tra il 15° e 16° miglio, dove il pubblico non può sostare, eh si, fatica doppia.
Arrivo al Central Park, stanco, ancora infreddolito, ma quanta gente … è già finita? Vien quasi da dire “purtroppo” si. Ecco la medaglia, non la guardo nemmeno, mi basta averla al collo per la conferma dello scontato “c’ero anch’io”; poi il telo antigelo ed una mela, eh no una sola non basta, troppo buona la mela di New York me ne faccio dare due per divorarle letteralmente, che gusto mangiare la mela nella Grande Mela, non l’avrei mai immaginato. Ah, dimenticavo, all’arrivo c’era anche il cartello luminoso con il tempo ufficiale, l’avevo anche bloccato sul mio cronometro GPS da polso, un dettaglio.
Nel pomeriggio/sera ci troviamo per raccontarci le vissute esperienze, a commentare i risultati, siamo andati tutti bene, magari soffrendo chi più chi meno, ma tutti concludendo soddisfacentemente la gara.
Abbiamo vissuto anche belle esperienze di contorno, ma è incredibile come: la festa di Halloween, la visita sull’Empire State Building, il giro nel Bronx, l’intrattenimento con i nostri connazionali nella Little Italy del Bronx, la visione teatrale dello spettacolo dal vivo di “Mamma Mia” sulla Broadway, il giro metropolitano con il torpedone, la toccante esperienza per la vista di Ground Zero, la visita alla illuminatissima Times Square, la camminata in Central Park, l’esperienza di un’abbuffata americana e dell’assaggio degli ottimi Hot Dog, insomma tutto il vissuto nella “The Big Apple” (La Grande Mela), siano stati (per me almeno) una sorta di accadimenti, pur interessanti, ma accessori, a quella emozionante e, mi ripeto, indescrivibile esperienza qual è la Maratona di New York.
Giorni davvero stupendi, passati assieme ad una bella compagnia: Paolo Oss Pinter, Milena Oss Cazzador, Roberto Oss Emer, Maria Pia Pintarelli, Enrica Oss Emer, Alda Petraroli, gli amici Altoatesini guidati da Martin Pichler coadiuvato da Hermann Achmuller (che ovviamente hanno coordinato anche noi Perginesi).
Mi auguro di poter rivivere ancora una simile esperienza e magari in un futuro non troppo lontano.
Non vorrei aver deluso chi, da questo scritto, si aspettava un po’ più di cronaca, forse mi son lasciato prender la mano, anzi l’anima, ma questa non è una gara come tante altre, ne respiri l’ansia, ne senti il profumo, l’odore ti pervade il corpo, le sensazioni ti sfiorano la pelle, ho cercato invece, inevitabilmente personalizzando ma spero non troppo, di scrivere quanto ho provato pensando che anche gli altri, almeno in parte, lo hanno provato.

Bruno Nicolussi Mozze



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